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mercoledì 11 novembre 2015

SAN MARTINO E IL VINO NEL MONDO CONTADINO MOLISANO

Per San Martino ogni mosto diventa vino”. Il nesso con il Santo, in realtà, era casuale: l’11 novembre, festa appunto di San Martino, era considerata in passato particolarmente importante, quasi una sorta di capodanno, perché quel giorno si facevano iniziare attività pubbliche e private di rilievo come quella dei tribunali, delle scuole, il pagamento dei fitti e delle locazioni. Quale occasione migliore per testare le qualità organolettiche del nuovo vino? La ricorrenza del Santo era anche l’occasione per l’assaggio, con il vino, dei prodotti di stagione. Il vino costituiva la bevanda fondamentale a tavola, solo complemento di piacere al misero piatto dei poveri, motivo di arricchimento e di discussione, invece, nella mensa dei ricchi. Il vino si prestava a diversi usi: bevuto caldo, nelle sere fredde, come rimedio al raffreddamento, nell’impasto di alcuni dolci o rustici, nella stufatura della selvaggina, oppure sotto forma di mosto cotto, ottenuto dalla condensazione a bagnomaria del mosto d’uva. Lo scattone, piatto tipico della civiltà contadina e pastorale molisana, legata al mondo della transumanza, ha nel vino uno degli ingredienti fondamentali.
 
Fase di pigiatura delle uve in Molise (Fonte: Poliorama di Molise di Nicoletta Pietravalle, 1979)
Era tradizione, inoltre, produrre durante la vendemmia l’acquata, un vinello leggero che derivava dall’acqua passata attraverso le vinacce. I contadini ne offrivano un bottiglione come prelibatezza ad amici e parenti ma doveva essere consumato subito, entro tre giorni, come si raccomandava, perché altrimenti non si sarebbe conservato. In Molise era usanza del vino “alla frasca”, in cui un produttore, con autorizzazione del Sindaco, visibile grazie ad un ramoscello appeso davanti alla sua bottega, poteva allestire un piccolo banco e distribuire vino a forestieri sfuso o in brocche. Le “infrascate”, invece, erano dei veri e propri capanni coperti da canne o fronde, all’interno delle quali, oltre al vino, erano in vendita cibi cotti o crudi. Il vino bevuto in compagnia, oltre a riscaldare e ristorare, metteva addosso allegria, voglia di cantare e di ballare.
 
Momento del pranzo durante le operazioni di vendemmia in Molise (Fonte citata)
 
Raffaele Pepe (fratello del più famoso patriota e poeta risorgimentale Gabriele), agronomo del Contado di Molise e componente della “Società Agricola” istituita a Campobasso, con le leggi napoleoniche (1806-1811), che con Pompilio Petitti (rispettivamente Segretario e Presidente della Società) si posero l’obiettivo di divulgare le conoscenze nel settore agricolo attraverso la pubblicazione “Giornale economico rustico del Sannio" (poi, di Molise), ci ha lasciato alcune considerazioni importanti sulla vendemmia e sul nuovo vino. Sul numero di maggio – giugno del 1832 (anno XII) della suddetta pubblicazione, scrive:
“in Molise, tra pianure e monti, possiamo dire che la vendemmia finisce con il mese di ottobre, annata comune: e tra pianure e monti possiamo dire che la fermentazione vinosa è terminata al principio di dicembre, annata comune”. Particolare interessante che lo stesso Pepe mette poi in risalto, con una nota a margine, è sul gusto e sulle preferenze del contadino: “Il nostro contadino trova buono il vino appena finita la fermentazione tumultuosa: ama il gusto di nuovo, ama quel razzente, quel piccante fumoso d’un vino non ben fatto ancora: onde il proverbio per San Martino (11 novembre) ogni mosto è vino: ma per altri palati quel vino non è buono, è greve allo stomaco, è fumoso alla testa, e si gradisce solo dopo due mesi, verso l’anno nuovo”.

 
Contadine durante la raccolta dei cereali in Molise (Fonte citata)
 
Vogliamo riportare un’importante testimonianza datata 1931, scovata durante ricerche bibliografiche, raccolta, insieme ad altri scritti di un contadino di San Giuliano di Puglia, nel volume di Donato Del GaldoVita da contadini” del 1980, che traccia un quadro di quella che era la situazione del mondo contadino, con la sua impressionante autenticità, il legame quotidiano con la terra, con la fatica, con l’angoscia dell’incertezza del raccolto, anche attraverso il vino, realtà che ha fornito materia d’ispirazione a scrittori e poeti. Relativamente al vino, l’autore di questo diario del mondo agricolo di inizio secolo, scriveva:
“Quale e quanto giovamento potrà ricevere la nostra condizione di contadini, la stessa nostra persona fisica, di fronte al fatto che la famiglia ottiene una produzione di vino per il consumo familiare durante tutto l’anno. E’ una consuetudine che rientra nella necessità del sostentamento per la vita. Il consumo di vino della dieta del lavoratore dei campi aiuta a sostenere le sue fatiche. Lo soddisfa dandogli qualche ora lieta durante la quale può accantonare le difficoltà della sua esistenza e della sua condizione. Ed in quest’ora lieta il vino lo fa gioire e lo rende felice. Ma queste giornate sono poche e passano velocemente tra spensieratezza e oblio. La nostra vita di contadini era un interessamento continuo, più attivo e sacrificato in maggiore misura della vita di altri lavoratori di categoria diversa che la nostra”.
 
Un momento della raccolta delle uve in Molise (Fonte citata)
 
Abbiamo voluto con queste poche righe, facendo anche riferimento a scritti storici, scevro dalla forma salottiera che spesso accompagna disquisizioni vinose, nella sua cruda realtà, come racchiuso nell’ultima citazione, anche provocatorio, cogliendo il segno che ha lasciato questa giornata nella memoria del mondo contadino, su quello che è il legame del vino con la terra. "Io non conosco nulla né di più dolce, né di più santo, né di più vicino alla sapienza dell'agricoltura" scrisse il molisano Vincenzo Cuoco.
Buon San Martino a tutti!!!
 
Sebastiano Di Maria
 
 


sabato 26 settembre 2015

BEN TORNATA VENDEMMIA

Dopo un periodo sabbatico durato quasi un anno (non potete immaginare quanto ci sia costato anche emotivamente), come conseguenza di accadimenti che ci hanno visto oggetto - nostro malgrado - di equivoci o fraintendimenti (ci piace pensarla così), risolti subito grazie al buon senso di chi ha saputo ascoltare e giudicare di suo (per fortuna esistono ancora persone di senno), torniamo a scrivere per quello per cui è nato questo blog, il vino e lo straordinario modo che lo circonda. Perdonatemi per questa premessa, ma era giusto togliersi un peso (e anche qualche sassolino). Ripartiamo da dove ci eravamo lasciati (questa volta, invece, non  solo con parole nostre), cogliendo questo momento particolare per chi vive del nettare di Bacco, la vendemmia, giunta al suo culmine, per mettere in risalto il forte valore antropologico e culturale dell'evento (lo avevamo già fatto anche in passato), come momento magico e di gioia, di duro lavoro, di aspettative ma anche di festa e, in particolare, di condivisione. Da questi aspetti (storia, cultura e condivisione) vogliamo ripartire (con il vino) per rilanciare il nostro invito, come abbiamo fatto fin dalla nascita di questo modesto contenitore, per dare dignità e lustro alla nostra piccola realtà enologica (tanti i riconoscimenti, poca ancora la considerazione), che merita pari attenzioni come le altre ricchezze regionali che in questi giorni sono oggetto di ammirazioni nell'universo terracqueo (vivaddio, esiste ancora un po' di "gusto").  

Pigiatura dell'uva con i piedi rievocata dai ragazzi dell'Istituto Agrario di Larino 
 
Stare lontano per un po', ci ha permesso di rimettere insieme si le idee, ma anche di riuscire a leggere, finalmente, una piccola parte del tanto materiale messo da parte, in questi anni, inerente al vino (libri, pubblicazioni, articoli, atti), e proprio da uno scritto storico vogliamo ripartire, in onore del periodo vendemmiale. Raffaele Pepe da Civitacampomarano - fratello del più famoso poeta e patriota risorgimentale Gabriele - di professione agronomo del Regno di Napoli (quello che chiese, per miglioramento dell'assortimento varietale, "marze forastiere" della vite "Le Tenturie d'Espagne = Tintiglia" [Tintilia del Molise, 2007]) - era tra i curatori e compilatori del "Giornale economico rustico di Molise", un bimestrale a servizio dei contadini del Contado di inizi '800. Leggendo il numero di settembre-ottobre del 1827, mi ha incuriosito molto l'introduzione - che parlava proprio dei preparativi per la vendemmia (rigorosamente in latino) - in cui lo stesso Pepe, cita uno dei più grandi agronomi della storia, il francese Vanière Jacques (1664-1739), attraverso un piccolissimo compendio del sua corposa pubblicazione Praedium rusticum sul mondo agricolo (tra cui un intero capitolo su vite e vino), proprio relativa alla fase pre-vendemmiale, che racchiude bene il senso del nostro pensiero sopra esposto. 

 
Fonte: Giornale economico rustico di Molise, numero settembre/ottobre 1827
 
Traduzione (a cura di Elisa Damiano):
 
Appena l'uva cambia e assume un colore purpureo, mentre il mosto più maturo si rigonfia, vengono allestite le fondamenta della dimora di Bacco e vengono preparati i vasi del vino.
Quell'unico lavoro, da solo, coinvolge tutti quanti: una parte (delle persone) pulisce le sporcizie del locale maleodorante e asciuga i torchi; un'altra parte lava le botti coperte di polvere; altri uomini si prendono cura dei vasi appena comprati e tirano fuori dalle cantine, già vuote ormai da tempo, delle botti per il vino; un'altra parte delle persone riprende le funi per Bacco, tirandole.
(Nella cura delle botti) alcuni eliminano le fessure utilizzando della stoppa flessibile; quindi versano acqua pulita e tramite una catena agitano il deposito (feccia) presente all'interno; buttano fuori i liquidi marci dall'apertura del recipiente e ripuliscono l'interno tramite uno spruzzo ripetuto.
La donna non contempli inoperosa il marito che si sta applicando al lavoro di Bacco ma prepari tutto l'occorrente per raccogliere l'uva prima del giorno previsto: i cesti intessuti di vimini e percorra tutta la vigna affinché possa discriminare l'uva rovinata senza pioggia, uva che conserverà per provvedere all'inverno e al mese seguente.
Intanto rinnovi i voti con devozione e preghi Dio che ci siano giorni tranquilli, che il Sole senza nuvole attraversi nell'aria un cielo sereno e che il (vento) Noto voli via altrove.
 


BEN TORNATA VENDEMMIA
 
Sebastiano Di Maria


 

mercoledì 19 agosto 2015

COMUNICARE L'OLIO CON LA CULTURA E IL CONFRONTO. IL MODELLO MOLISE VA AVANTI.

Nel mese di marzo, sulle pagine di Teatro Naturale, il settimanale online diretto da Alberto Grimelli, punto di riferimento del mondo agricolo e di quello olivicolo-oleario, in particolare, in Italia, pubblicammo un articolo dal titolo emblematico: “Il mondo dell’olio d’oliva ha un nuovo modello. Si chiama Molise”. Si trattava del resoconto di un'importante iniziativa, a Monteroduni (IS), tra produttori, operatori di filiera e mondo istituzionale - il primo, forse, che ha visto insieme le tante anime della piccola Regione - dove si è respirata un’aria nuova, dove la coltura dell’olivo è stata declinata in cultura, quindi condivisione e voglia di proporsi insieme per affrontare le sfide del mercato, con un nuovo modo di comunicare. Non a caso proponemmo lo slogan “Molise Terra d’Olio”, battezzato con entusiasmo da due grandi comunicatori della cultura dell’olivo e dell’olio come Maurizio Pescari e Fausto Borella, ospiti della manifestazione, perché immaginavamo che, con il confronto continuo e la cultura, si potesse costruire un modo nuovo di comunicare, un “modello” anche da esportare. Non che ci aspettassimo chissà quali successi - ci sono tanti ostacoli da superare, difficili - ma quello che era un nostro obiettivo, iniziato nel 2014 con il percorso formativo “Un Molise Extra-Ordinario” del progetto “Scuola del Gusto”, non solo non si è fermato, ma ha trovato nuova linfa, dando seguito ad un impegno preso in quel di Monteroduni, con lo sprono di chi non ti aspetti: giovani con una visione, ma, soprattutto, la voglia e l’entusiasmo contagioso di “vecchi” - mi perdoneranno, ma c’è ne fossero tanti così - con l’obiettivo di un confronto aperto. Abbiamo colto al volo questa esigenza insieme con Maurizio Pescari e l’abbiamo tradotta sul campo, qualche settimana fa, attraverso un viaggio-studio in Umbria tra i produttori più importanti della Regione. 

Varietà Dolce Agogia del Frantoio Batta.
Voglio farvi i complimenti, perché fare tanti chilometri per parlare di olio, vuol dire che l’idea che ho io nella testa di qualità assoluta, come tante piccole gocce in un oceano dove non ha alcun senso parlare del mio olio è meglio dell’altro, finalmente si sta spostando sul terreno della cultura e del confronto; senza, non c’è crescita”. Queste sono le prime parole di Graziano Decimi, il produttore umbro di Passaggio di Bettona che, dopo dieci anni dall'abbandono della sua attività di imprenditore edile, dopo aver studiato, letto e approfondito tutto quello che c’era da sapere, è diventato una delle massime espressioni di qualità olearia, non solo umbra, ma di tutto il Paese. Quello che lui definisce Emozioni, racchiuso con sapienza e passione fuori dal comune nelle sue bottiglie (anche il prezzo, 19.50 € per ½ litro), non sono altro che uno "sviluppo di un progetto imprenditoriale legato ad un territorio", proponendo qualcosa di nuovo, vivendo in maniera distaccata quelle che sono le consuetudini o le abitudini tipiche di chi crede di essere possessore del sapere supremo su olivicoltura e l’olio, di chi “il mio olio è meglio di quello del mio vicino, senza mai averlo assaggiato (cit. Maurizio Pescari)”. Chi acquista i suoi oli, lo fa perché percepisce il sentimento con cui li produce, perché quell'olio nobilita il piatto a cui viene associato, e poco importa, se lo scorso anno, è stata l’unica voce a levarsi fuori dal coro affermando, e mettendolo in pratica, che, “nessuno doveva produrre olio di qualità in Umbria - come del resto in quasi tutto il Paese, aggiungiamo noi - visto che non c’erano olive”, con tutte le ripercussioni del caso. Ci viene in mente quello che disse proprio Maurizio Pescari a “Molise terra d’Olio” a Monteroduni: “se nella scorsa campagna olivicola, in Puglia, c’erano imprenditori illuminati, invece di vendere olive (Coratina) a 100 € al quintale e oltre, avrebbero imbottigliato e fatto chiudere le altre 19 Regioni”. 

Graziano Decimi


In Umbria, invece, c’è chi ha fatto scelte diverse, sempre nel segno della qualità assoluta. Pur essendo legati alla denominazione da sempre, in un’annata difficile, Giovanni Batta, titolare dell’omonima azienda perugina, ha scelto di acquistare per la prima volta olive dalla Puglia, Coratina in particolare, oltre alla Peranzana (“le olive pugliesi sono sempre girate in Umbria”, e non solo), accuratamente selezionate con tanto di analisi approfondite, ammorbidendone le spigolosità con un’attenta lavorazione. Gli oli di Coratina e Peranzana di Giovanni e sua moglie Giovanna hanno fatto incetta di premi, come nel concorso "Monocultivaroliveoil-ExpoBio 2015" è risultato l'unico produttore umbro (tra sei italiani) tra i 12 oli "Gold-Award-Bio-2015", o il prestigioso premio internazionale, l'“Olio Award 2015”, assegnato alla Coratina di Batta dalla rivista tedesca Der Feinschmecker. “L’esperienza che ne è venuta fuori è che la Coratina, lavorata in maniera contemporanea, da risultati che in Puglia, purtroppo, molti ancora non sono in grado di cogliere”, ha spiegato Maurizio Pescari. 

I coniugi Batta con Maurizio Pescari

Sulla stessa lunghezza d’onda un altro dei “top player” umbri, Francesco Gaudenzi, titolare dell’omonimo frantoio di famiglia in quel di Pigge, nei pressi di Trevi. La sua punta di diamante, l’extravergine Quinta Luna, chiamato così perché raccolto dopo la quinta luna dalla fioritura - molto presto, ai primi di ottobre - incarna quello che è lo spirito di famiglia, ricordando il padre: “migliorarsi sempre come in una corsa a tappe senza arrivo, per orgoglio, per passione e per amore del proprio lavoro”. Aspetto molto interessante, sempre nella filosofia di crescita, è il nuovo e innovativo impianto di lavorazione a disposizione - ogni cinque anni lo rinnovano - che si caratterizza per un sistema di abbassamento della temperatura durante la lavorazione attraverso uno scambiatore di calore. Questo tecnica, che sembra migliorare sensibilmente le caratteristiche qualitative degli oli in termini di polifenoli e sostanze aromatiche, è oggetto di studi da parte del prof. Maurizio Servili dell’Università di Perugia, con cui c’è una collaborazione importante. “Sono due le molle che spingono il progresso: non essere tutti uguali e non accontentarsi mai di quello che abbiamo”, la chiosa di Francesco e lo sprono ai produttori molisani presenti, nel segno di migliorarsi e andare avanti, anche attraverso il confronto.

Francesco Gaudenzi

Giorgione del Gambero Rosso durante la visita alla Cantina Antonelli a Torgiano

Sarebbe impossibile riassumere in un articolo tutti gli spunti interessanti, oltre che ai preziosi suggerimenti, che hanno animato quest'intensa esperienza, arricchitasi ulteriormente con le visite al Museo del Vino e dell’Olio della Fondazione Lungarotti a Torgiano, alla Cantina Antonelli a Montefalco, e dall'incontro culturale/culinario con il grande Giorgione del Gambero Rosso, presso il suo ristorante "Alla Via di Mezzo", sempre a Montefalco. Per chiudere, l’esempio offerto da Decimi, ossia l’avvicinarsi all'olio come consumatore non consapevole, scarico dal fardello della consuetudine che opprime gran parte dei produttori, spesso i primi a non conoscere l’olio, dimostra che la strada giusta da intraprendere è quella della conoscenza, della cultura e della condivisione, pensando sempre di poter migliorare. Stessi sentimenti anche per Batta e Gaudenzi, che, pur con una tradizione importante alle spalle, la meta della qualità assoluta è sempre l’unico obiettivo perseguibile per vincere sul mercato, anche accettando la sfida di sdoganare cultivar da altre regioni che, lavorate con giudizio, possono dare grandi soddisfazioni, perché l’Italia è terra di grandi oli. Purtroppo, spesso, si mette in bottiglia olio, pensando che questo basti per essere credibile; si perdono, invece, occasioni di confronto, mettendo sul piatto idee, passione e coraggio, spazi di aggregazione (abbiamo scoperto che questo è un problema anche in Umbria, oltre che in Molise) e tavoli per discutere di qualità, mentre si innescano competizioni sciocche (qual'è il senso, per esempio, di manifestazioni a compartimenti stagni?) o addirittura cattiverie tra produttori (stendiamo un velo pietoso)


Sebastiano Di Maria
Ideatore e Coordinatore "Scuola del Gusto"


giovedì 30 luglio 2015

PODUTTORI MOLISANI DI OLIO OSPITI IN TERRA UMBRA

L’attività della Scuola del Gusto - da poco è terminato il terzo percorso formativo - prosegue la sua azione di conoscenza e di sviluppo della cultura delle produzioni agroalimentari anche durante il periodo estivo e, per la prima volta, propone uno scambio culturale, per quanto concerne il settore olivicolo-oleario, con produttori umbri, simboli della cultura dell’extravergine tradizionale del nostro Paese. Queste due giornate studio, venerdì 31 luglio e sabato 1 agosto, che vedranno per la prima volta alcuni produttori molisani ospiti di blasonate realtà nella provincia di Perugia, sono state organizzate dal giornalista Maurizio Pescari, grande esperto del settore, che sarà anche preziosa guida di questo itinerario di confronto, di crescita e di scambio culturale.
 
 
Il giornalista Maurizio Pescari, organizzatore e guida
 
La prima tappa di questo percorso vedrà la visita del Frantoio Decimi a Passaggio di Bettona, eletto nel 2014, dal Gambero Rosso, come “miglior frantoio d’Italia”, mentre nel 2012 fu eletta “migliore azienda dell’anno”. Con una superficie olivetata di 6,5 ettari, su cui sono distribuite quattro cultivar, il Frantoio, il Leccino, il Moraiolo e il San Felice, questa piccola e giovane azienda a conduzione familiare rappresenta, per gli innumerevoli riconoscimenti conseguiti, una dei migliori interpreti dell’olivicoltura umbra. La seconda tappa dei produttori molisani è il Frantoio Batta, nato nel 1923 a Perugia e che può contare su un’azienda di 14 ettari olivetati, tra cui la varietà Dolce Agogia, sodale che ha fatto scalpore nell’annus horribilis dell’olio, decidendo di lavorare solo Coratina pugliese (se nella scorsa campagna olivicola, in Puglia, c’erano imprenditori illuminati, invece di vendere olive a 100 € al quintale, avrebbero imbottigliato e fatto chiudere le altre 19 Regioni: Maurizio Pescari a Molise Terra d’Olio a Monteroduni), scrivendolo in etichetta, con eccellenti risultati, vincendo anche dei premi prestigiosi, tra cui la medaglia d’oro perché tra i 27 oli italiani con il massimo riconoscimento nel concorso monocultivar bio expo 2015. Altra perla della produzione olearia umbra, per chiudere il trittico, è il Frantoio Gaudenzi a Pigge nei pressi di Trevi, nel cuore della DOP Umbria, con i suoi oliveti di Moraiolo, Frantoio e Leccino, coltivati in agricoltura biologica. Importante la collaborazione con Maurizio Servili dell’Università di Perugia, tra i massimi esperti internazionali sull’extravergine.
 
Torchio di Catone, Gubbio, sec. XVIII Wine Museum
 
Piacevoli intermezzi, per approfondire le conoscenze sul vino e sui vitigni umbri, la visita alla cantina Antonelli, nel cuore della denominazione del Sagrantino, a Montefalco, e poi con la storia del vino e dell’olio presso il Museo del Vino, dell’Olio e dell’Olivo della Fondazione Lungarotti a Torgiano, una vera e propria macchina del tempo che ripercorre, attraverso reperti archeologici, grafici e altre testimonianze, la storia del vino e dell’olio. Un percorso straordinario nella cultura olivicolo-olearia  umbra, esperienza unica e irripetibile, ci teniamo a sottolinearlo, ma a anche confronto tra produttori, tra valutazione di sistemi di estrazione diversi, filosofie produttive diverse, degustazione di oli e scambi culturali extraregionali, visto che, pur se abbondano manifestazioni varie in terra molisana, spesso, purtroppo, la maggior parte degli addetti al settore, tra proclami, buoni propositi e passerelle varie, non guardano oltre il proprio naso. Un’occasione persa per chi non ci sarà.
 
Sebastiano Di Maria
Ideatore e Coordinatore Scuola del Gusto
 



venerdì 17 luglio 2015

IL MOLISE DEL GUSTO SU CUCINA MODERNA DI AGOSTO

 Molise, la regione più segreta e meno conosciuta d’Italia, sintesi perfetta di una simbiosi arcaica tra rito e gastronomia.










Fonte: Cucina Moderna agosto 2015




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